E così finalmente, dopo tre mesi, arriva il resoconto del bellissimo viaggio che io e il Kansch abbiamo fatto a giugno in Grecia Continentale. Da Atene a Salonicco, passando per Delfi, le Meteore e la Zagorohoria, guidati da una Lonely Planet e a bordo di una scassata Hyundai Accent, che ci ha fatto un regalo in più: la musica. Un sottofondo greco che è o malinconico o allegramente bizantino, soprattutto in Tessaglia...
Atene, 20 – 21 giugno
Si parte! Arriviamo in aereo ad Atene di primo pomeriggio (il volo era alle 11.40), con una fame da lupi visto che non mangiavamo dalla mattina presto. Dall'aeroporto prendiamo il suburbano – la metro è guasta – cambiamo a Nerantiotissa e con la verde scendiamo alla piazzetta di Monastiraki: noto quartiere della città, la piazza a noi risulta piuttosto squallida, si possono trovare bancarelle e suonatori ambulanti e la domenica c'è il mercato delle pulci. Qui abbiamo il primo incontro con la cucina greca: lo Thanasis ci presenta per la prima volta degli enormi e gustosissimi souvlaki. Armi e bagagli ci dirigiamo verso l'ostello dove abbiamo prenotato, poco lontano, e strada facendo ci “godiamo” la panoramica della vera Atene: una città sporca, brutta e caotica, a dispetto dei tesori storici che custodisce; l'Hotel Tempi è un dignitosissimo ostello a poco prezzo, in una via linda e carina (soprattutto visti i dintorni...).
In serata ci gettiamo nella vita ateniese, e a Plaka ci troviamo in mezzo ad una vera folla, con tanto di strade chiuse all'accesso e polizia: casualmente, proprio sabato 20 giugno era il giorno di inaugurazione del New Acropolis Museum, con tanto di proiezioni animate sulla superficie esterna. Si cena con gelato in una delle ripide e bellissime viuzze sotto l'acropoli illuminata, proprio sopra l'Agorà Romana, vicino a cui, per inciso, c'è un locale con tavolini all'aperto alquanto tamarro e con camerieri alquanto loquaci in cui i suddetti non si sognarono mai di fermarsi... anche se di giorno spruzzavano sottili getti d'acqua contro la calura terribbile.
Domenica si parte alla conquista dell'Acropoli: la fatica della salita è ben ricompensata da una bella sorpresa all'ingresso, visto che gli studenti universitari non pagano (risparmiati in totale 24 euri, per l'ingresso a tutti i monumenti dell'Acropoli, dai due studenti di vecchia data, uno dei quali ancora per pochi giorni!!!). Ascendiamo lungo la millenaria Via Panatenaica, oltrepassiamo la Porta Beulè e attraverso i Propilei entriamo nel Santuario. La bellezza – e l'emozione – sono forti, ma purtroppo il turismo di massa riesce a togliere il velo di sacralità che ancora vive in questi luoghi: troppa gente, troppe voci, troppe macchine fotografiche. Ci godiamo il Partenone, ma il mio preferito resta sempre il piccolo Eretteo con le sei Cariatidi, il luogo più sacro dell'Acropoli, perché era qui che Atena aveva fatto nascere il suo albero di ulivo e Poseidone aveva conficcato il tridente. Il Partenone, monumentale ma decorativo. Sul versante meridionale il meraviglioso enorme Teatro di Dioniso, sopra il quale si intravede l'ingresso del Santuario di Asclepio, purtroppo inaccessibile, un portico che introduce in una grotta misteriosa dove scorre una sorgente curativa, e a ovest il Teatro di Erode Attico, dove come tutte le estati andava in scena il Festival Ellenico... peccato che quella sera fosse in programma uno spettacolo di tango, che a noi non poteva fregare di meno (fosse stata una tragedia
sarei ancora lì). Usciamo dall'Acropoli a pomeriggio inoltrato e ci facciamo un fantastico aperitivo con una Mithos, la tipica birra greca molto buona e saporosa, in uno dei localini all'aperto con vista tramonto sull'Acropoli, intrattenuti da un punkabbestia estremo che si sgola sulle note di Toto Cutugno (non poteva che essere italiano). Proseguiamo costeggiando l'arco di Adriano e il tempio di Zeus Olimpio, e grazie alla metro riusciamo a vedere anche il cambio della guardia degli euzones davanti al Parlamento. La fame è ormai notevole e ci fiondiamo a tarda sera alla Taverna tou Psyrri, raccomandata dalla Lonely Planet e dove effettivamente si mangia molto e a poco prezzo... ma fin troppo, con enormi fette di arrosto annegate in spaghetti che fanno da contorno. Inizia l'incontro-scontro con la cucina greca e con le usanze della gente del posto, che si incontra alle 11 di sera per una serata tra amici e per dare vita a mangiate colossali fino a tarda notte con carne stra-condita e ogni sorta di dolci.
Delfi, 22 – 23 giugno
Sveglia il lunedì per andare all'aeroporto e ritirare dall'Avis la nostra nuova compagna di viaggio, una scassatissima Hyundai Accent bianca di età indefinibile – non poteva dirsi altrettanto per gli innumerevoli sfrisi – con cambio automatico e istruzioni in greco moderno. Qui come altrove la mia conoscenza del greco antico si è scontrata con la dura realtà contemporanea: l'unica frase che sono riuscita a tradurre del manuale è “d'inverno, quando la temperatura scende sotto i dieci gradi...” - utilissima data la stagione e la temperatura. La Hyundai d'ora in poi sarebbe stata Meli-car (da Melissa, ape). A bordo di Meli-car ci dirigiamo innanzitutto verso la famosa - e terribilmente torrida - pianura di Maratona: Maratona è, in realtà, una città provincialissima e anonima, e passandoci francamente non abbiamo potuto che immaginare la gioventù di Maratona ad ammazzare le serate peggio che in Valcuvia. Molto carina invece la tappa sul lago di Maratona, dove abbiamo mangiato all'ombra e alla brezza di un risto-pub-spiaggia privata, rinunciando a tombe e tumuli. Finalmente arrivi
amo a Delfi: cittadina tranquilla e molto pittoresca, anche qui turismo ma non troppo, e veniamo accolti dal simpaticissimo Ioannis, Giovanni, un istrionico greco che parla anche un po' di italiano e ci regala un aperitivo di benvenuto al carinissimo Varonos Hotel. Facciamo qualche giretto nei dintorni e in serata ceniamo alla Taverna Vakhos, dove la specialità è l'ottimo gallo cotto nel vino. Il giorno dopo è tutto dedicato alla visita del Santuario di Delfi e del Museo, anche qui entriamo gratis ma con qualche difficoltà – ci manca la fantomatica tessera universitaria europea con i timbri annuali – e vaghiamo tra le sacre rovine alle pendici del Parnaso, in particolare il Tempio di Apollo che fu fotografato dal Kansch più o meno da tutte le prospettive possibili (e anche quelle non possibili). Serata nella Taverna To Patrikomas sul Golfo di Corinto, uno dei tanti ottimi posti dove un antipasto è in grado di avere la stessa consistenza di un pasto completo.
Kalambaka, 24 – 25 giugno
Meli-car ci conduce alle pendici delle mitiche Meteore. Pinnacoli di roccia, panorama alieno di un ex fondale oceanico, grotte di eremiti e monasteri a picco sul nulla: uno scenario incredibile e di rara suggestione. Ci sistemiamo a Kalambaka, cittadina ai piedi delle rupi, alla Guest House Elena, guesthouse con camere molto carine e docce a idromassaggio, gestita da una famiglia che abita sotto. Ci lanciamo subito alla scoperta il primo giorno, scegliendo – anche in base ai giorni e agli orari di apertura dei monasteri: occhio! - di partire con il Moní Agías Triádos, il Monastero della Santa Trinità. Il “monopati ben segnato lungo 1 km” che parte da Kalambaka per arrivare al monastero si rivela un minuscolo e impervio sentiero in mezzo ai boschi, ma ne vale la pena: Agías Triádos mi ha colpito più di tutti, piccolo, solitario e con un panorama mozzafiato, è apparso nel film di James Bond Agente 007 – Solo per i tuoi occhi. Cena con vista all'ottima Taverna Paradisos. Il giorno dopo, viaggiando in macchina su una meno avventurosa ma più comoda strada asfaltata, abbiamo visto il Moní Megálou Meteòrou, il Monastero della Grande Meteora, il Moní Agías Varvás Roussánou e il Moní Agíou Stefánou: ognuno con il suo bel cortile e il suo bel katholikòn (la chiesetta interna), nel primo c'erano anche diverse mostre – da quella sulla Resistenza greca ad opere d'arte sacra, alla cantina con gli attrezzi d'epoca – ma un po' più “commerciali”, con le monache che vendono miele o icone e pullmann di turisti … di cui abbiamo scroccato le spiegazioni delle guide :-) Ghiotto aperitivo tipico alla bella Taverna Panellinion, in centro proprio dietro la fontana, mini-cena in losco bar per soli uomini.
Zagorohoria, 26 – 27 giugno
Ed è così che arriviamo nel selvaggio ed aspro Epiro, destinazione Zagorohória. La Zagorohória è una regione che comprende 46 paesini di montagna dove il tempo sembra essersi fermato: il nome deriva da un'antica espressione slavona, za Gora (tra le montagne) e dal greco horia, paesi, ed è tutta un susseguirsi di villaggi dai tetti in ardesia, foreste e tornanti ai confini con l'Albania. Il primo giorno, dopo esserci sistemati a Monodendri all'Archontiko Zarkada decidiamo di scendere verso la bizantina città di Ioánnina, da cui siamo salpati subito con un battellino per visitare Tò Nisí, L'Isola, in mezzo al lago Pamvótis: piccina e chiusa al traffico, ospita la casa (ora museo) del famoso Alì Pascià, che qui si rifugiò prima di essere stanato e ucciso per ordine del sultano ottomano che aveva sfidato con la sua tracotanza. Poco fuori dal villaggio, tra sentieri erbosi e galline a spasso, c'è il Moní Filanthropinon, un monastero costruito nel '200 da una nobile famiglia di Costantinopoli fuggita di fronte ai crociati, ma che dall'esterno sembrava un cortile privato con tanto di panni stesi e profumo di pranzo... la guida lo citava come sede di una “scuola segreta” dei cristiani durante il dominio ottomano, e la sottoscritta ha fatto di tutto finché una vecchina è uscita urlando qualcosa in greco. Non ci hanno sparato: è uscito il figlio con una chiave e ci ha fatto vedere la chiesa sorvegliandoci a vista, ma siamo riusciti a vedere anche i famosi affreschi del XVI secolo con, accanto alle figure della cristianità, alcuni filosofi classici come Platone e Aristotele. Altra caratteristica di Tò Nisí sono i ristorantini di pesce, con all'esterno enormi vasche gremitissime di carpe, anguille, orate, gamberi, vive ma neppure in grado di muoversi. Spettacolo tristissimi a volerci riflettere, ma che non mi ha impedito di mangiarmi in breve – brevissimo – tempo una serie di “gambari” e un po' di anguilla al Propodes, dove passando ci aveva fermato il rubizzo ristoratore con un taccuino su cui erano segnati gli orari del battello, per rassicurare i diffidenti turisti sul fatto che c'erano corse anche di sera e potevano fermarsi a mangiare senza restar bloccati sull'isola.
Il giorno dopo invece è dedicato tutto all'Epiro più tradizionale. Il cuore della Zagorohória è il parco nazionale di Vikos-Aios, che prende il nome dalla gola di Vikos che la attraversa e che con i suoi 900 metri detiene il Guinness dei Primati per la profondità: bellissimo, immersi nel verde nasconde segreti come il monastero di Agía Paraskeví o altre chiesette abbandonate a se stesse, con le tartarughine da incontrare sui sentieri. Affrontando tornanti su tornanti si arriva ai paesi di Pápingo (Megálo e Mikró), dove abbiamo incontrato una vecchia pastora transumante con le sue caprette, e dove ci sono anche alcune fantastiche piscine naturali tra le rocce. Cena finale al Restaurant H Tsoumanis, con un cinghiale di bontà commovente...
Ma è il mattino della partenza che avviene l'incontro più emblematico del viaggio. Allontanandoci dai paesi, ci troviamo sulla strada inizialmente due mucche con i vitellini: simpatici. Poco dopo li segue però un cavallo scuro, che si ferma in mezzo alla corsia opposta sbattendo la coda in modo alquanto nervoso, apparentemente sta per imbizzarrirsi, ma passa oltre. Poi, la catastrofe: da lontano si avvicina un branco di enormi bestioni con le corna - con il fiato corto continuavamo a ripeterci che in realtà erano tenere mucche, ma lo zoom della macchina fotografica tra le zampe ci dà torto - che man mano che si avvicinano alla macchina ci guardano e accelerano fino a correre. Ho fatto un video, che causa batterie esaurite si è interrotto proprio mentre erano quasi addosso alla macchina: apocalittico, sembra finire per la morte degli automobilisti. Alla fine, la mandria libera di tori della Zagorohoria è passata ai lati della macchina e se ne è andata, mentre la sottoscritta ha avuto il mal di testa per due ore.
Salonicco, 28 – 29 – 30 giugno
Tappa finale Salonicco, Thessaloniki, la città bizantina. Dopo la notevole delusione iniziale, causata da un itinerario alquanto squallido suggerito dalla Lonely Planet che dopo qualche chiesa bizantina ci ha fatto passare per vie alquanto malfamate fino a raggiungere il famoso “kastro”, ovvero residui di mura alquanto poco interessanti affacciate su un panorama quantomeno fatiscente, ci siamo goduti la città all'insegna del divertimento, con infiniti caffé e locali lungo il mare, vita notturna, i divertenti viaggi sui velieri-bar, alloggiati al discreto Hotel Pella. Si trattava di imbarcazioni ancorate alla terraferma, trasformate in locali a tema (uno era Argo di Giasone, un'altra un galeone) che durante la serata ad orari fissi salpava e faceva fare un giro di mezz'ora lungo la costa. Salonicco è anche la gioia dei golosi: patria dei dolciumi, con baklavas al miele farcite di qualsiasi crema immaginabile e altri dolci alquanto pesanti – che le vecchiette greche divoravano con evidente soddisfazione e rapidità inaudita, mentre io ero riuscita a dar due bocconi – vanta anche ristoranti come l'Ouzou Melathron, un ristorante dove il menù elenca piatti alquanto creativi e dai nomi stranissimi, e dove i viaggiatori furono definitivamente stroncati dal famigerato “Piatto del Talebano”, una forma di pane ripiena di sugo, salsicce, pezzi di carne di ogni genere, piatto concepito come singolo che non riuscimmo a finire in due..............
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